Stefano Carofei                                                                 

fotoreporter


Era l’albergo più esclusivo del paese, ora è occupato dalle famiglie più povere di Beira. Tra mille difficoltà gli abitanti autogestiscono la scuola e un laboratorio di sartoria. E la sera tutti al cineforum


Un Grand Hotel lascia pensare a un luogo sfarzoso, testimone di lussuoso benessere. A Beira, nel centro del Mozambico, il Grand Hotel racconta invece le dure condizioni di vita di un intero popolo. E al tempo stesso la capacità degli africani di organizzarsi. Costruito alla fine degli anni Cinquanta dai portoghesi, fino al 1975 è stato uno degli alberghi più importanti dell’Africa. Ma con la decolonizzazione venne nazionalizzato e destinato al ricovero delle famiglie indigenti. Da allora è abitato da centinaia di persone e col passare del tempo diventa sempre più fatiscente. L’impatto, per chi lo ricorda, è quello che si provava all’inizio degli anni Novanta guardando la Pantanella, a Roma: una moltitudine di persone che tentavano di trasformare in case strutture e luoghi abbandonati.

Per entrare nel Grand Hotel bisogna scavalcare un canale di rifiuti accumulatisi negli anni e le fitte tele fatte da ragni di dimensioni gigantesche. Nella hall la pochissima luce filtra da quella che doveva essere la sede dell’ascensore, salendo al primo piano si entra nella vita quotidiana. È mattina e nei corridoi due bambini si lavano, in mutande. In realtà non fanno che tirarsi addosso bacinelle di acqua fredda dopo essersi sommariamente insaponati. Scherzano, urlano, tremano. Poi corrono via e dopo pochi minuti tornano vestiti, con un quaderno sotto il braccio e una sedia al seguito. Loro vanno a scuola, mentre la gran parte degli adulti va fuori a sbarcare in qualche modo il lunario. Nei corridoi del Grand Hotel le persone rimaste, soprattutto donne e bambini, si affrettano a prendere posto attorno alle lavagne. Si formano così due classi e iniziano le lezioni: da un lato grammatica, aritmetica dall’altro. Gli insegnanti non sono, come si potrebbe pensare, volontari di qualche ong occidentale ma coinquilini che mettono a disposizione il loro sapere. Da un paio di anni, infatti, gli abitanti del Grand Hotel hanno messo in piedi un progetto autogestito di scolarizzazione elementare, un laboratorio di sartoria e perfino un cineforum.

«Vivere collettivamente – racconta uno degli insegnanti, maestro elementare in città – non è facile, manca tutto. Qui anche la sedia è un bene prezioso, se la lasci in giro non la ritrovi più. Ma siamo convinti che solo insieme possiamo fare qualcosa, soprattutto per i più piccoli». A guardarsi intorno, nel nero dominante prodotto da sporcizia e abbandono, sembra incredibile, eppure girando per i corridoi e per quello che resta delle vecchie stanze si incontrano donne intente a cucinare su un braciere di carboni, bambini, anziane signore che spazzano con scope improvvisate, giovani adolescenti con lo sguardo perso nel vuoto, affacciati sulle rovine di questo posto assurdo: vista mare si direbbe da noi, se non fosse che questo tratto dell’Oceano Indiano è uno dei più inquinati di tutto il Mozambico.

Uscendo dal Grand Hotel, dopo tanta oscurità, la luce dà quasi fastidio. Visto da qui il perimetro della struttura assomiglia a una carcassa. Non c’è traccia di infissi o finimenti. «Tutto – dicono – è stato strappato via nei primi giorni dell’occupazione, bruciato per riscaldarsi oppure venduto, era materiale pregiato». Resta solo uno scheletro, che ospita la vita che non si arrende. Stasera, in una baracca di paglia fuori l’ingresso, c’è il cineforum. Si proietta Star Trek, in dvd.