Stefano Carofei
La vita a Maputo comincia presto. Col sorgere del sole se ne va il buio di una città in buona parte ancora senza corrente elettrica, almeno nei suoi bairros più disgraziati. Davanti alla lixeira le prime luci si mischiano al fumo. L’ odore è nauseante.
Lixeira in portoghese significa discarica ma a vederla sembra piuttosto l’ ingresso in un incubo ad occhi aperti. Costruita ai tempi del colonialismo era collocata strategicamente a 5 chilometri dalla città, oggi, a causa dello sviluppo urbano frenetico di Maputo, si trova in realtà in mezzo ad una delle molte baraccopoli sovraffollate, il barrios di Hulene, popolato da circa 60.000 persone . Un muro, costruito solo pochi anni fa , divide la lixeira dalla strada principale e dal mercato di Hulene. Oltre il muro centinaia di metri quadrati di rifiuti formano montagne, strade piazze , nell’aria fumo,fetore, mosche. Sullo sfondo le colline con le case dei benestanti. Ancora più in la l’ aeroporto, a sottolineare con decolli e atterraggi continui il contrasto violento tra l’ opulenza e la miseria. In questo incubo si entra scortati dalla polizia e col permesso del Comune. Mentre aspetto all’ ingresso, passa veloce un camion con il carico di spazzatura e di persone aggrappate dentro e fuori. Sembra una sorta di servizio pubblico che li porta al lavoro, simile , solo nella funzione, alle nostre metro e ai nostri autobus affollati, dove nelle ore di punta si spostano velocemente centinaia di persone. Si stima che ci qui dentro ci siano stabilmente 700\ 1000 individui che vivono cercando cibo e oggetti da vendere - soprattutto ferro - in questo oceano di spazzatura. “ Fino a qualche anno fa –mi dice il poliziotto che mi accompagna- alcuni ci vivevano stabilmente, si erano scavati delle grotte nei cumuli di spazzatura, stavano li dentro giorno e notte. Oggi non c’è più nessuno che ci dorme”. Faccio fatica a crederci, mi pare che questo sia piuttosto un luogo fuori dal controllo delle autorità. Sguardi duri, occhi bassi. Qui la retorica dell’ africano sorridente, sempre e comunque, lascia il passo piuttosto alla rabbia e all’ umiliazione , alla durezza di chi vive nell’ abbrutimento. Certo si ride anche qui, come dappertutto, ma mi pare che sia piuttosto un riso di sfida, a me, bianco e invadente, al mondo che sta fuori di qui. Si affacciano e si nascondono, si coprono il viso, si muovono rapidi, occhi incollati a terra a setacciare il terreno, per cercare ancora qualcosa ma forse anche per inquietudine e per disprezzo.
Inaçio, sette anni, è saltato giù da uno di quei camion e si è fermato sulla porta. Cerco un contatto ma non c’è verso; mi guarda male , è difficile dargli torto dal suo punto di vista . Non si mette in posa come fanno molti da queste parti, non ride, non scherza. Lui, sette anni, sta andando a lavorare. Qui passa la sua giornata, qui ha i suoi amici, qui trova quello che gli serve, non ha tempo da perdere, va via in fretta. A guardarsi intorno si vedono persone di tutte le età, uomini, donne, adolescenti hip hop, bambini piccoli, anziani, umanità sgangherata a caccia permanente di quello che gli altri buttano via. Il fumo sale denso dai piccoli fuochi sparsi un pò ovunque, e in mezzo continua la ricerca. Arriva un altro camion carico, come tutti gli altri, di spazzatura e di persone. Inizia lo smistamento della “ prima scelta”: stracci, scarti alimentari, bottiglie di plastica, oggetti domestici distrutti, pezzi di filo elettrico, barattoli. Inaçio di barattoli ne ha due, legati con un filo, che porta attorno al collo. Gli chiedo a che servono e lui duro mi dice :” è un gioco”. C’è chi sta sotto un ombrellone che sembra arrivato li dall’altra parte dell’ oceano colpito dallo tzunami .Chi raccoglie un pezzo di pane, chi dorme, chi mette rapido una mano in una busta di plastica e si ficca in bocca qualcosa di irriconoscibile, chi si scola quello che resta dentro un barattolo di birra. Il poliziotto che mi segue sta in disparte, vigila ma sta in disparte. Continuo a camminare in questo viale scavato dalle ruote dei camion che circonda tutte le colline di rifiuti. Questo è uno dei pochi posti dove se allarghi o stringi l’ inquadratura hai sempre lo stesso sfondo, fatto di plastica , di poltiglia, di fumo e di persone che ci stanno dentro. Arrivo nella piazza, creata da un caterpillar del comune che sta spianando qualche tonnellata di materiale; i fuochi si fanno più frequenti e rivedo Inaçio con i suoi barattoli, stavolta però ci cammina sopra, li usa come dei piccoli trampoli, ci cammina sulla cenere ancora bollente lasciata dal fuoco. Mi viene il sospetto che forse quello non è proprio un gioco come mi aveva detto liquidandomi. Forse è uno strumento che si è inventato per non bruciarsi le scarpe, troppo grandi e diverse una dall’ altra. Poi penso che a sette anni camminare su dei barattoli è comunque un gioco, anche se vivi in un posto così. Lo guardo ancora, cerca, cerca , cerca. Ha trovato un paio di forbici e mi chiede se le voglio. “ Si davvero, mi servono proprio” gli rispondo e gli do 20 meticais ( 30 eurocent), quanto costa qui in pacchetto di sigarette. Li prende e velocemente se li nasconde nei pantaloni; la vita è dura qui dentro per chi ha i soldi. Se ne va via veloce.
Continuo il mio giro, atterrano aerei e ripenso ad una storia che mi avevano raccontato poco tempo prima. Pare che i camion più ambiti siano proprio quelli che vengono dall’ aeroporto perché li ci si trovano in abbondanza gli scarti del cibo che danno ai passeggeri. Il poliziotto è stufo, non ne può più. Non capisce che cosa ci stiamo a fare li dentro, anzi, forse lo capisce ma non accetta per niente l’ idea che si debbano raccontare in giro queste cose. Per un paese come il Mozambico che si sforza di crescere e di acquisire una dignità superiore la lixeira è vissuta come una vergogna che piuttosto si dovrebbe nascondere; mi fa capire chiaramente che è ora di andarsene. Cerco ancora un attimo Inaçio, sta pochi metri più in la, stavolta con quattro cinque suoi amici; si mette una mano nei calzoni e tira fuori i venti meticaes, li tiene stretti in mano, ma li mostra ai suoi amici con un lampo di orgoglio negli occhi. Finalmente sorride!
Maputo 05/11/2006